Nella lunga e interminabile discesa verso Oyace succede il miracolo, torno a correre. Ero quasi al chilometro 40 e avevo la forza di spingere; forse le crisi vanno solo gestite, vissute e fatte passare. In questo frangente, insieme ad Alessandro, un atleta appena incontrato sul percorso, vado bello spedito verso il meritato riposo della base vita; lì potremmo mangiare un pasto caldo e soprattutto cambiarci i vestiti grazie alle sacche date all’organizzazione alla partenza.
Sono le 9.45 di Giovedì 18 settembre, siamo finalmente ad Oyace! Sono stanco, non ho nessuno che mi faccia assistenza e mi dia una mano a cambiarmi o che sia lì a darmi una parola di conforto. Faccio fatica a fare qualsiasi azione. Una volta riuscito a cambiare gli abiti mangio un buonissimo piatto di pasta in bianco; comincio a sentire in questo momento, in maniera più forte, il calore e la sensibilità immensa dei volontari che trattano noi atleti come delle persone della loro famiglia. Si riparte, sono le 10.45. Ci aspetta ora la devastante salita verso il Col Brison; parto bene ma a pochi metri dalla cima, un po’ per la stanchezza e un po’ per il caldo, torno a sentirmi troppo affaticato. Faccio fatica a respirare, non sono lucido e ho i piedi doloranti per decine di vesciche. Arrivati sulla sommità (2517 metri) il panorama è mozzafiato sulla vallata di Ollomont; è lì che ci aspetta un altro importante ristoro.
Non sentendomi bene e per nulla competitivo, decido di lasciare andare Alessandro per la propria gara senza aspettarmi. Per motivi di sicurezza, visto fra l’altro che mancava ancora metà gara e un’altra notte, decido nuovamente di ritirarmi. Ci avevo provato, avevo dato tutto ma evidentemente doveva andare così.
LEGGI ANCHE: L’emozionante partenza del TOR100
Entro al ristoro di Ollomont alle 16.10, convinto che la mia corsa si sarebbe arrestata lì; prima di dare la comunicazione ufficiale all’organizzazione decido però di mangiare. Fortunatamente incontro nel tendone degli amici (Luca e Romina) che erano in gara come me e mi tirano su di morale; confrontandomi con loro scopro anche che Saint-Rhémy-en-Bosses (dove sarà il prossimo cancello orario e l’inizio dell’ultima salita) è a “sole” circa 6 ore di gara. Nella testa mi dico: “Cavolo e se ci provassi ad andare avanti? Mal che vada mi posso sempre ritirare più avanti se non mi sento bene.” Potevo farcela tranquillamente, il successivo cancello orario era alle 2.00 di notte e quella sezione di TOR forse era tra le più facili e pianeggianti.

Mangio tantissimo, recupero energie, torno lucido e sereno; mi faccio curare le vesciche dai massaggiatori in una struttura vicina e nel frattempo, mentre sono sdraiato sul lettino, chiudo un po’ gli occhi e cerco di riposare un minimo. In quei minuti di dormi veglia non capivo più chi ero e soprattutto dove fossi.
Finita la medicazione rientro nella tenda del ristoro per riempire le flask d’acqua ed è in quel momento che incontro un altro atleta iscritto sulla 100 chilometri (si chiama Luca) e per spezzare la tensione agonistica gli dico: “Dai mancano solo due colli!”. Dopo qualche scambio di battute gli chiedo se avesse piacere di proseguire il tragitto insieme; lui accetta e dopo qualche minuto, precisamente alle 17.45, ripartiamo!
Bastano pochi metri per capire che un perfetto sconosciuto sarebbe stato il compagno ideale con cui tagliare il traguardo di Courmayeur. Non ci eravamo mai visti eppure sembrava che fossimo amici dall’infanzia. Avevamo gli stessi obiettivi, i stessi pensieri, le stesse motivazioni e le stesse emozioni. Forse queste gare estreme ti scavano dentro, ti lasciano senza maschere e senza filtri. Si torna puri, profondi, sinceri e si riesce più facilmente ad essere sulla stessa lunghezza d’onda.
Siamo al 60° chilometro e attacchiamo la salita al Colle Champillon con un’andatura incredibile; io mi sento bene come se fossi appena partito per una gara di 20 chilometri. Nella testa continuo a chiedermi come fosse possibile. Non dovevo ritirarmi due volte? Invece ero lì, al cospetto del Grand Combin, con le ultime luci del giorno, ad andare fortissimo in salita verso quell’obiettivo così grande.
LEGGI ANCHE: La prima lunga e dura notte al TOR100
Riusciamo a scollinare senza l’ausilio della luce frontale. Poi, un’infinita discesa, ci conduce al ristoro di Ponteille dove io mangerò (alle 22 di sera) delle costine di maiale accompagnate da una favolosa polenta concia. Il bello del Tor de Géants è anche questo!
Luca invece purtroppo non sta benissimo di stomaco e non riuscirà a mangiare e bere quasi nulla fino al traguardo.
È mezzanotte, come avevamo previsto, entriamo al ristoro di Saint Rhemy. Ci fermiamo circa 45 minuti e poi ripartiamo; ci mancava, ora, solo una lunga salita e 30 chilometri circa di distanza alla finish line. Al termine dell’ultima ascesa ci avrebbe aspettato il suggestivo passaggio al Col du Malatrà, a quasi 3000 metri di altezza, con i suoi famosi tratti tecnici e attrezzati con corde; poi sarebbe stata tutta discesa e pianura. Arrivare lì su, fra le nuvole, avrebbe significato avercela realmente fatta.
I bramiti dei cervi nei boschi accompagnano l’inizio della salita; bisogna solo stringere i denti per una decina di chilometri e poi il dislivello positivo della gara sarebbe stato, come già detto, pressoché finito.

Succede però l’imprevedibile: ho i colpi di sonno! Cammino, salgo ma non sono in me. Non riesco a stare sveglio. No, non poteva finire qui la mia gara dopo tutto quello che avevo vissuto e provato. Conoscevo fra l’altro bene la salita, l’avevo provata da solo in allenamento; non dovevo arrendermi, non potevo! Ci fermiamo diverse volte sul sentiero per fare dei micro-sonni ma niente, non riesco a dormire e ogni volta che ripartiamo faccio 50 metri e mi sento addormentato come prima. Non manca tanto però al Rifugio Frassati (uno degli ultimi ristori della gara), lì sicuramente potrò riposare meglio o comunque bere un caffè. Stringo i denti, uso ogni singola particella di energia per arrivare lì e, nonostante il sonno mi prendesse a schiaffi, ci riesco. Decidiamo di fermarci un’oretta e riposare; alla fine dormirò solo 15 minuti e saranno gli unici in 38 ore e mezzo di gara. Alle 5.10 ripartiamo dal Frassati e alle 6 siamo in cima al Malatrà.
In quel preciso istante, oltre a realizzare di star compiendo qualcosa di epico, vedo con i miei occhi stanchi la notte trasformarsi in alba e le prime luci del nuovo giorno illuminare la catena del Monte Bianco. Che spettacolo!
I successivi chilometri, prima verso il Rifugio Bonatti e poi nella suggestiva balconata della Val Ferret, sembrano infiniti ma ogni tanto, nonostante fossero passate oltre 35 ore dallo start, avevamo ancora energie per corricchiare un po’ fra quei meravigliosi sentieri.
Sentiamo che il viaggio sta per finire e forse non avevamo tutta questa voglia di tornare a casa.
Luca ed io stavamo per agguantare qualcosa di più grande di una medaglia o una classifica: stavamo letteralmente vivendo un sogno! Stavamo per completare una delle gare di trail più dure al mondo nonostante nessuno, o forse pochissime persone, avessero mai scommesso un centesimo su di noi. Ci sentivamo forti, orgogliosi di noi stessi e stupiti di avere ancora energie dopo così tanti chilometri e salite. Avevamo scoperto di essere anche noi degli ultra-runner; stavamo sperimentando sulla nostra pelle che il corpo e il cuore sanno andare molto più lontani di dove la testa immagini.


Arriviamo al Rifugio Bertone, ultimo ristoro, sono circa le 10.30 del mattino. Ci mancano solo 5 chilometri al traguardo e abbiamo due ore e mezza per stare nel tempo massimo consentito dall’organizzazione. La discesa è tecnica e poco corribile, non si addice per nulla alle mie caratteristiche; ho paura che ci metteremo un’infinità a scendere.
Mi metto davanti a tirare, voglio arrivare nel più breve tempo possibile. Caxxo di nuovo i colpi di sonno! Il corpo mi stava per abbandonare di nuovo. Cerco di correre il più veloce possibile e con tutto me stesso cerco di restare lucido. Scendiamo anche discretamente su un terreno molto insidioso e in una quarantina di minuti concludiamo il tratto più difficile. Ora mancano solo due chilometri nel paese, quasi tutti su asfalto. Questa volta è veramente fatta, è finita!
Sono le 11.34 di Venerdì 19 Settembre 2025, io e Luca affrontiamo l’ultimo metro di salita sulla pedana di arrivo; tagliamo insieme il traguardo del TOR100 in 38 ore e 34 minuti.
Il nostro pazzo e folle viaggio finiva lì. Per noi è stato come arrivare primi, come vincere. Ce l’avevamo fatta per noi e per tutte quelle persone che, lontane o vicine, portavamo nel cuore.
Ci stringiamo in un abbraccio fraterno; il gesto più spontaneo di due ragazzi che insieme hanno raggiunto un traguardo, una meta, un sogno, una rivincita!
Scopri di più da SentieroVeloce
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Splendido racconto Francesco! Veramente emozionante
E grazie per avermi citato! Anche a me qualche anno fa era successo in un’altra gara di volermi ritirare e poi di riuscire a finirla insieme ad un altro atleta incontrato lungo la strada.. Sono quelle gare “spartiacque” dopo le quali nulla è più come prima: sei più forte, hai più fiducia, ti sembra quasi che nessun traguardo sia più precluso.
Ricordo ancora il grande piacere di ritrovarti a Courmayeur con la medaglia al collo… e non ti nascondo che fu anche una bellissima sorpresa perchè quando ci eravamo lasciati, per come stavi messo non ci avrei scommesso neanche 1€ che saresti riuscito a portarla a casa! Hai fatto davvero una grande impresa!
Grazie ancora e alla prossima!
"Mi piace""Mi piace"
Grazie di cuore Alessandro; è stato un piacere condividere un tratto di quel viaggio anche con te. Sono sicuro che ci rincontreremo in qualche ultra! Buone corse!
"Mi piace""Mi piace"