La prima lunga e dura notte al TOR100

I primi chilometri del TOR100 sono stati una sezione molto stressante della gara a livello psicologico, era la prima volta che correvo di notte; un sogno che si realizzava da una parte ma una condizione a cui non ero abituato dall’altra. I sentieri erano stretti, veloci e a tratti anche insidiosi; con tantissimi atleti al via non è stato per niente facile trovare il proprio passo, il proprio ritmo.

Con il passare delle ore e con l’arrivo dei dislivelli importanti trovo la mia andatura, forse un po’ troppo veloce visto che la strada per Courmayeur è infinita. Le salite sono lunghe, fortunatamente è buio e la fine dei colli spesso non si individua facilmente. In dei tratti è caldissimo, in altri fa freddo; sudo tantissimo ma rimango per tutta la notte con la giacca antivento addosso per non prendere stupide freddate.

Arrivo al Rifugio Magià (25° chilometro circa con 1800 D+) in 6 ore e 17 minuti. Il morale è abbastanza giù; speravo di arrivarci circa un’ora prima; ero stato avvisato però che durante la notte i tempi sono più alti rispetto alle solite gare diurne che si affrontano con una visibilità maggiore! Qui mangio il primo dei tanti brodini della competizione, recupero un po’ di energie e riparto mentalmente carico. Appena fuori, a circa 2000 metri di quota, il freddo della notte mi prende a schiaffi (all’interno della struttura era caldissimo e io avevo anche tutta la schiena sudata); prendo di buon passo (anche per scaldarmi) la salita che conduce al Rifugio Cuney, salgo bene poi qualcosa si spezza. Comincio a sentirmi affaticato ad ogni passo, sono poco lucido; sicuramente non mi sono alimentato bene e sono rimasto senza energie.

Al Cuney (circa 30° chilometro con 2500 metri di dislivello fatti) prendo un altro brodino, mi siedo e metto un po’ di ghiaccio sul ginocchio destro che stava iniziando a darmi fastidio. Riparto, sono circa le 5 del mattino. I pochi chilometri che mi dividono dal successivo ristoro sono fra i peggiori di tutta la gara.

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Mi ripetevo nella testa: “Sono solo al 35° chilometro e sono in queste condizioni, come posso fare altri 70 chilometri e un’altra notte senza dormire?”. Infatti, appena arrivato al Bivacco Clermont, vado da un volontario (qui si chiamano VolonTor) e chiedo se ci fosse disponibile una macchina dell’organizzazione che mi potesse riportare a valle. La risposta fu un secco NO. Eravamo sperduti fra le montagne a 2700 metri! Dovevo arrivare fino alla base vita del 45° chilometro di Oyace per tornare a casa. Ancora circa 10/12 chilometri da fare sulle mie gambe. Un’infinità! Questa costrizione poi si rivelerà la mia salvezza. A volte basta veramente poco a cambiare un esito di una gara così lunga.

Decido di proseguire molto lentamente, mentalmente la mia corsa era finita. Ero talmente stanco che non mi sentivo neanche un perdente, un fallito. Nella testa mi dicevo che non ero abbastanza bravo, non mi ero allenato abbastanza. Avevano ragione gli altri. Avevano ragione tutti quelli che, in un modo o in un altro, mi avevano sempre fatto capire che non ero all’altezza di un traguardo così importante. Ma nelle ultra si muore e poi si risorge cento volte ma io non lo sapevo, lo dovevo scoprire… E nessuno me lo aveva insegnato.

Iniziava in quel momento l’alba di un nuovo giorno e di una nuova gara.

Il viaggio non sarebbe finito ad Oyace!


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